APPROFONDIMENTI SULLE RISERVE REGIONALI

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APPROFONDIMENTI SULLE RISERVE REGIONALI

di Maria Carla de Francesco (Coordinatrice Attività Riserve – G.R.A.P.P.A.)

 

Localizzazione geografica: la costa ortonese all’interno della “Costa Teatina”

 

La costa sud dell’Abruzzo è composta da numerosi promontori a picco sul mare alternati a piccoli tratti di costa pianeggiante con spiagge sabbiose, dove i corsi d’acqua fluviali raggiungono il mare, e prevalentemente spiagge ciottolose.

Falesie, promontori e spiagge ciottolose del comune di Ortona (ph. Capitaneria di Porto di Ortona). Punta Acquabella

 

Procedendo verso l’entroterra il paesaggio dominante è articolato in un mosaico di ambienti di tipo naturale, semi-naturale ed artificiale che sono il risultato di tutti quei fattori che negli ultimi 50 anni hanno contribuito alla trasformazione degli ecosistemi costieri e che sono legati principalmente all’uso del suolo.

La forte pressione selettiva, da parte di fattori naturali ed antropici, ha comportato un’elevata specializzazione della componente biologica, determinando un numero relativamente alto di specie che coesistono in uno spazio di limitate dimensioni e costituiscono habitat di rilevante importanza ecologica e serbatoi di biodiversità. L’importanza di tutelare questi ambienti, in un territorio dove la natura cerca di affermarsi nonostante la preponderante presenza dell’uomo, è testimoniata dalle numerose aree protette, istituite lungo la costa nel corso del tempo, ed in particolare, dall’istituzione, con legge dell’8 marzo n. 93 del 2001 (art.8), del Parco Nazionale della Costa Teatina allo scopo di ricreare o valorizzare corridoi ecologici (elementi naturali di continuità per le specie vegetali ed animali), in un territorio altamente frammentato. A livello ecologico il paesaggio della costa teatina conserva una biodiversità elevata di habitat, seppure spesso con estensione e disposizione di tipo residuale. L’uso prevalentemente agricolo del suolo, sotto forma di colture di ulivi e vigne, ha preservato nel tempo delle importanti permanenze di vegetazione nativa e di interesse biogeografico e conservazionistico (Zuzolo, 2016).

Immagini della Costa dei Trabocchi (ph: M.C. de Francesco)

 

La vegetazione costiera e delle scogliere è in un discreto stato di conservazione, nonostante l’elevata pressione antropica legata all’eccessiva urbanizzazione e alle attività turistiche e balneari. Molti di questi ambienti hanno subito nel tempo trasformazioni consistenti, tali da essere talvolta sostituiti da nuovi ambienti, come nel caso delle coste più a nord con spiagge sabbiose da ripascimento e scogliere artificiali che, oltre a deturpare il paesaggio, hanno portato ad una grave alterazione degli ambienti naturali. Le spiagge sommerse del Mare Adriatico, ma in generale di tutto il Mar Mediterraneo, sono caratterizzate dalla presenza di fanerogame marine che svolgono l’importante funzione di stabilizzatori dei fondali, riducendo l’intensità del moto ondoso che raggiunge la riva grazie al fitto fogliame, con conseguente riduzione dell’erosione costiera e accumulo di sabbia nel loro intricato apparato radicale. Inoltre, creano habitat di grande valenza e importanza ecologica e aree di nursery per le specie ittiche. Molto suggestive sono anche le scogliere sommerse che si scagliano verso l’alto creando le caratteristiche falesie e le baie ciottolose che si susseguono da Ortona fino a Vasto nord. La singolarità della costa teatina, rispetto al resto della costa adriatica, è la presenza delle falesie a picco sul mare, formate dalle falde del massiccio della Majella che proiettano il sistema montuoso direttamente in acqua. Le falesie possono essere direttamente interessante dall’azione morfogenetica erosiva del moto ondoso (attive), non interessate dal moto ondoso per la presenza di depositi naturali o opere antropiche ma potenzialmente riattivabili (inattive) e definitivamente abbandonate dall’azione del moto ondoso per quota e distanza (paleofalesie o morte) (D’Alessandro et al., 2007; Miccadei et al., 2011). Le conoscenze  sullo stato di conservazione delle specie e gli habitat target, così come quelle su consistenza e dinamismo delle minacce sono allo stato attuale frammentarie. Il tratto litoraneo della costa teatina rappresenta uno degli ultimi ecosistemi naturali e semi-naturali lungo il litorale Adriatico italiano, in quanto vi  permangono lembi di vegetazione dunale e retrodunale e falesie di grande pregio naturalistico a livello comunitario, nazionale e regionale. Purtroppo questo patrimonio è minacciato dalla pressione antropica (agricoltura intensiva, infrastrutture di trasporto e industriali, calpestio e rimodellamento delle dune, turismo balneare, ecc). La frammentazione a cui è sottoposta l’area, a causa della presenza di zone agricole e/o urbane e infrastrutture, comporta un generale isolamento delle popolazioni di specie faunistiche con una scarsa connettività ecologica tra le aree naturali residuali presenti sul territorio e compromettendo in molti casi il  mantenimento della popolazione minima vitale. Le aree naturalistiche, rappresentate principalmente da querceti misti mesofili e boschi ripariali (8%) e da aree agricole con spazi naturali (4%) sono perciò separate tra loro da zone altamente sfruttate dall’uomo, con grande “effetto margine”. Gli ambienti costieri, infine, conservano in numerosi tratti la vegetazione dunale e retrodunale, anche se minacciata dalla pressione antropica (agricoltura intensiva,  calpestio e rimodellamento delle dune, turismo balneare). La frammentazione a cui è sottoposta l’area, a causa della presenza di zone agricole e/o urbane e infrastrutture, comporta un generale isolamento delle popolazioni di specie target con una scarsa connettività ecologica tra le aree naturali residuali presenti sul territorio e compromettendo in molti casi il  mantenimento della popolazione minima vitale. Le conoscenze sulla biodiversità locale, così come quelle su consistenza e dinamismo delle minacce sono allo stato attuale frammentarie. É importante un’analisi preliminare per acquisire  le conoscenze utili ad ottimizzare le azioni di conservazione degli habitat e delle specie presenti nel territorio, in modo da migliorare la rete ecologica locale e nazionale.

Dal punto di vista climatico la costa teatina presenta condizioni di tipo mediterraneo con estati calde e secche ed inverni miti e piovosi, mentre l’entroterra collinare presenta caratteristiche sublitoranee con temperature decrescenti e precipitazioni crescenti con l’altitudine. Spesso la fascia costiera rimane in ombra pluviometrica da ovest per effetto dello sbarramento esercitato dall’Appennino e in particolare dal Massiccio della Maiella, subendo l’azione dei venti miti da esso discendenti (Libeccio). L’escursione termica annua (Vasto) va da una media di 8 C° nel periodo invernale ai 24-25 C° in estate, ed un regime pluviometrico di circa 700 mm annui.

L’area è modellata su depositi marini sedimentari clastici costituiti da sabbie, argille e conglomerati ed è interessata dall’affioramento di successioni limo-argillose, sabbiose e conglomeratiche (costituite da conglomerati di sabbia e argille sabbiose il cui grado di cementificazione tende a diminuire man mano che dal basso ci si sposta verso l’alto) e prevalentemente arenitiche (costituite dal basso verso l’alto da sabbie di color giallo dorato, ben classate, con sporadici livelli limosi) tranne alcune piccole aree dove si attesta la presenza di rocce calcaree dure. Tutte le aree sono caratterizzate da costa di tipo bassa sabbiosa intervallate da scogliere alte rocciose (falesie). Le coste basse sabbiose presentano non pochi fenomeni erosivi continuamente in atto, a differenza da quanto si verificava in passato, quando si assisteva ad un continuo avanzamento della linea di riva dovuto ai materiali derivanti dall’apporto fluviale trasportati in direzione sud-nord e dal disfacimento delle falesie interessate da frequenti frane (ad eccezione della spiaggia di Punta Penna  che dopo la costruzione del porto è in rapido avanzamento). Oggi la pressione antropica produce  la progressiva scomparsa delle associazioni vegetali tipicamente dunali, rendendo sempre più difficile il consolidamento delle dune embrionali presenti e con una sempre maggiore perdita di spiagge. I fattori che determinano le caratteristiche fisiografiche dell’ambiente costiero sono prevalentemente meccanici (maree, onde, correnti, vento) e subordinatamente climatici, biologici e chimici; i sedimenti provengono o dall’alterazione superficiale delle rocce affioranti nel bacino idrografico di riferimento o dall’erosione di depositi recenti poco consolidati situati in zone costiere. La costa alta rocciosa è una scarpata con una forte pendenza generalmente priva di copertura vegetale, la cui genesi è dovuta all’azione erosiva diretta o indiretta del mare. Le falesie presenti nelle aree di studio non superano i 25 m di altezza e sono caratterizzate da scarpate verticali in corrispondenza dei depositi arenitici. In alcune zone si evidenzia l’arretramento della falesia a seguito di processi franosi per crollo, in misura maggiore nell’area della RNR Ripari i Giobbe (Ortona, CH) a causa del continuo degrado degli habitat di falesia (non protetti legalmente). Tra un punto e l’altro della costa sono presenti differenze orografiche dovute soprattutto alla notevole ricchezza di formazioni collinari nell’entroterra. La morfologia della linea di costa non è costante nel tempo, perché sottoposta all’influenza delle correnti superficiali; nell’area di studio le correnti si muovono parallelamente alla costa da nord verso sud e la presenza di ostruzioni naturali (promontori) o artificiali (porti e/o moli) rende l’azione attiva del flusso più marcata in corrispondenza dell’ostruzione. La profondità dei fondali lungo il tratto di costa teatina è piuttosto esigua, infatti a 400 m dalla costa la profondità è ancora compresa tra 10-30 m. I fondali sono omogenei e costituiti da sabbie e fanghi con granulometria fine, per cui facilmente scalzabili dalle correnti superficiali; gli ambienti costieri, siano essi sistemi dunali o falesie, rappresentano habitat di grande interesse sia sotto il profilo ecologico che paesaggistico e  costituiscono uno degli ecosistemi più vulnerabili e più seriamente minacciati, a causa delle loro peculiari condizioni ambientali e microclimatiche che per la loro limitata estensione. La zona centrale del Mare Adriatico è costituita da piattaforma continentale, definita come quella porzione sommersa di continente caratterizzata da bassi fondali e deboli pendenze del fondo marino (tra 0.1° e 1°) associata ad una sedimentazione limoso-argillosa. Le coste sono per lo più basse sabbiose, intervallate da falesie composte da roccia arenaria con strati di conglomerato, dando luogo a scogliere non molto profonde (circa 10/15 metri) ad alto rischio di frana sia nella parte emersa che in quelle sommersa. La scomparsa degli habitat vegetazionali e marini di scogliera, dovuto maggiormente a cause antropiche, aumenta notevolmente la probabilità di frane con ulteriore perdita di suolo e continuo arretramento della falesia. Allo stesso modo, la scomparsa degli habitat dunali e di fondali sabbiosi aumentano la probabilità di erosione delle coste sabbiose.

La circolazione delle correnti superficiali che entrano nel Mare Adriatico hanno una direzione sud-nord sul versante est e nord-sud sul versante ovest (linea di costa italiana). Tuttavia, nonostante la circolazione generale del mare Adriatico sia di tipo ciclonico, ovvero attraverso il canale di Otranto le acque provenienti dal Mediterraneo orientale risalgono lungo la costa dando luogo alla corrente dalmato-istriana si trasforma in corrente di uscita che defluisce verso sud lungo le coste italiane, si instaurano delle rotazioni cicloniche di masse d’acqua superficiali dette gyres in ognuno dei tre bacini adriatici (Nord-Adriatico, Medio-Adriatico, Sud-Adriatico). Così l’area di piattaforma risente dei moti che si originano dall’interazione fra le dinamiche costiere e di mare aperto.

Cartina batimetrica e correnti superficiali nel Mare Adriatico (da Brambati, 1992).

 

Tra le minacce alla biodiversità si possono annoverare:

 

  • Eccessivo calpestio e degrado degli habitat dunali

L’uso poco oculato delle aree dunali da parte dei fruitori delle spiagge durante la stagione balneare e soprattutto l’uso di accessi non regolamentati genera un calpestio diffuso delle dune durante la stagione estiva quando la pressione antropica raggiunge il massimo. Il calpestio diffuso favorisce la diffusione di specie esotiche e ruderali a scapito delle specie tipiche delle dune. Il calpestio crea canali di erosione eolica e marina che causano la penetrazione di aereosol marino e dell’acqua durante le mareggiate, provocando fenomeni di erosione dunale per centinaia di metri.

  • Rimozione della vegetazione dunale e retrodunale in prossimità degli accessi alla spiaggia

Le opere di livellamento meccanico delle spiagge, dovuto alla presenza di stabilimenti balneari, alterano la morfologia e producono la rimozione della vegetazione, aumentando la frammentazione delle dune e accelerando l’erosione eolica e la penetrazione di venti salsi verso l’entroterra. Ciò produce la perdita delle specie guida degli habitat 1210, 2120, 2230 e l’ingresso di specie esotiche e ruderali.

  • Disturbo da turismo nautico e da attività della pesca di frodo con regressione degli habitat marini 1110 e 1170

Gli habitat marini più vicini alla costa sono i più fragili poiché risentono maggiormente delle conseguenze delle attività antropiche; una di queste è la presenza di ancore sul substrato che comporta la distruzione di porzioni di habitat presenti sul fondale (sabbioso,roccioso) che, nei mesi estivi, a causa di un maggior numero di imbarcazioni, porta al degrado degli habitat marini già duramente compromessi con erosione da ancoraggio libero. Il fenomeno dell’erosione dei fondali sabbiosi (1110) è particolarmente evidente nelle aree marine antistanti Ripari di Giobbe e meno pronunciato è il fenomeno nel mare antistante Punta dell’Acquabella. Il fenomeno di disturbo antropico dovuto alla pesca di frodo di molluschi sulle rocce (habitat 1170) è molto accentuato a Punta dell’Acquabella e Ripari di Giobbe con perdita di almeno 1 mq al giorno di habitat durante i mesi estivi.

  • Mancanza di tutela normativa comunitaria.

L’attuale assenza di aree nella rete Natura 2000 locale costituisce un’importante minaccia per la tutela degli habitat sia marini che costieri. La carenza normativa rende molto difficoltosa la protezione di queste aree in mare da parte delle amministrazione comunali ; inoltre, si riscontra anche la difficoltà di reperimento di fondi per attivare i programmi di protezione che, nel caso della creazione di nuove aree SIC, entrerebbero nella gestione economica ordinaria delle amministrazioni comunali.

  • Presenza e diffusione di specie vegetali alloctone

La flora esotica invasiva si sostituisce alle cenosi autoctone determinando una profonda alterazione degli habitat e delle funzioni ecosistemiche ad essi associati. Questa problematica è presente in particolar modo nelle aree dunali, molto più sensibili alle attività antropiche.

Scorcio del Castello Aragonese dove è possibile vedere i numerosi esemplari della specie alloctona invasiva Robinia pseudoacacia. (ph: A. Zuzolo).

 

  • Assenza di interventi silvocolturali

Le pinete litoranee lungo il litorale adriatico sono state piantate a partire dagli anni ’50 con lo scopo di proteggere le aree dalla salsedine e bonificare le aree umide. Ora sono parte integrante del paesaggio costiero e vengono riconosciute come habitat di interesse comunitario prioritario e con importanti servizi ecosistemici. In gran parte devono essere riqualificate da un punto di vista ecologico,essendo a copertura densa con sottobosco povero e buio. Questo è il caso della Pineta Monumentale di San Donato dove l’applicazione della selvicoltura naturalistica consentirebbe di rinaturalizzare i boschi con un diradamento selettivo dei pini morenti o troppo densi con il recupero della macchia mediterranea nel sottobosco.

 

Le trasformazioni della costa da parte dell’uomo, avvenute in un arco di tempo brevissimo se paragonato ai tempi geologici necessari per l’evoluzione naturale di tali ambienti, hanno plasmato il paesaggio e ne hanno determinato una frammentazione che attualmente è ancora in atto. I cordoni dunali sabbiosi e le aree di scogliera, che si alternano nel paesaggio analizzato, sono oggetto di fenomeni erosivi che ha comportato un arretramento lungo la zonazione con inevitabile sommersione della vegetazione altamente specializzata di tali aree ma anche il crollo, in alcuni punti, delle coste alte come avvenuto a ridosso del castello di Ortona negli anni passati, tanto che la falesia risulta praticamente verticale rispetto al mare. (Zuzolo, 2016).

Immagini della falesia di Ortona dal Castello Aragonese (ph: A. Zuzolo).

 

Se da una parte l’estrazione di inerti e costruzioni di dighe lungo i corpi idrici riducono gli apporti di sedimenti verso il mare, le opere di cementificazione per la difesa costiera nonché la costruzione di porti a valle ostacolano il flusso dei sedimenti lungo la zona litoranea esponendola maggiormente all’erosione e all’arretramento. (Zuzolo, 2016).

Veduta della costa ortonese dal Castello Aragonese (ph: A. Zuzolo).

 

In conclusione, si rende necessaria una gestione del territorio maggiormente sostenibile non solo per riqualificare le aree maggiormente esposte alle pressioni antropiche ma soprattutto per ricreare le connessioni ecologiche lungo la costa e verso l’entroterra come valore aggiunto anche dal punto di vista dell’economia del territorio e dell’attrattività turistica.

 

  • Riserve Naturali Regionali

Le aree naturali protette sono porzioni di territorio che contengono ecosistemi prevalentemente o largamente intatti, ambienti e paesaggi di particolare interesse naturalistico, ambientale o storico-culturale che la legge tutela per garantirne la conservazione alle generazioni future. Tali aree identificano porzioni di territorio significative che rappresentano uno strumento fondamentale per la conservazione della biodiversità e dei processi ecologici del pianeta che nell’ultimo secolo sono fortemente minacciati dalle rapide trasformazioni ambientali, dalla frammentazione degli habitat e dall’inquinamento. Attraverso un’efficace gestione delle aree protette per la quale risulta necessaria l’individuazione di connessioni ecologiche che garantiscano la continuità dei Servizi Ecosistemici (Reti Ecologiche), la biodiversità trova in esse un argine decisivo alla progressiva estinzione di un numero sempre maggiore di specie animali e vegetali. Questo è quanto sostenuto nella Strategia Nazionale per la Biodiversità, alla cui realizzazione hanno partecipato portatori d’interesse e il mondo scientifico, le Regioni e l’intero Governo, essa rappresenta uno strumento di lavoro di cui l’Italia si è dotata nel 2010, nell’ambito degli impegni assunti a livello internazionale con la ratifica della Convenzione per la Diversità Biologica (CBD, Rio de Janeiro, 1992), per la conservazione della Biodiversità fino al 2020 ed oltre.

Il quadro di riferimento istituzionale, per quel che riguarda le aree protette, ha due assi portanti fondamentali, uno a livello nazionale e un altro a livello comunitario. Il primo è la Legge quadro per le aree protette (L.394/91), che governa la gestione del Sistema Nazionale delle Aree Protette, composta da parchi e riserve e della Legge 31 dicembre 1982, n. 979 per la difesa del mare.

Nel contesto italiano la Legge 394/91 si incrocia con leggi riguardanti vari temi legati alla gestione delle aree protette quali la legge quadro sull’attività venatoria e la tutela della fauna selvatica (Legge 11 febbraio 1992, n. 157), nonché con le leggi urbanistiche e di tutela paesaggistica e le leggi nazionali e regionali che disciplinano tutte le attività umane che possono comportare trasformazioni territoriali o che, in qualche modo, possono influire sulla conservazione degli ambienti naturali protetti.

Le aree protette in Italia sono 871, in base al VI aggiornamento dell’Elenco Ufficiale delle Aree Protette (EUAP) approvato il 27 aprile 2010, per un totale di circa 3 milioni di ha di superficie a terra e circa 2 milioni di ha a mare, corrispondenti all’11% del territorio nazionale.

Nel Comune di Ortona sono presenti 2 Riserve Naturali Regionali Controllate iscritte nell’elenco ufficiale delle aree naturali protette:

  • Riserva Naturale Regionale Controllata “Punta dell’Acquabella” (EUAP1205), istituita con la L.R. n. 5 del 30.03.2007 con estensione di 28 h;

Versante sud (a sinistra), frontale (al centro) e versante nord (a destra) di Punta dell’Acquabella (ph: M.C. de Francesco; A. Faraone).

 

  • Riserva Naturale Regionale Controllata “Ripari di Giobbe” (EUAP1206), istituita mediante la L.R. n. 5 del 30.03.2007 con estensione di 35 ha.

Versante sud (a sinistra) e versante nord (a destra) di Punta Ferruccio, Ripari di Giobbe (ph. M.C. de Francesco; A. Zuzolo).

Cartografia delle Riserve Naturali Controllate del Comune di Ortona. Fonte: Elaborazione da Portale Cartografico Regione Abruzzo.

 

Le Riserve Naturali Regionali del Comune di Ortona non presentano, in data odierna, un Piano di Assetto Naturalistico approvato, ma sono entrambe incluse nel “Parco Nazionale della Costa Teatina”, istituito con la Legge n. 344/1997 con perimetrazione in via di approvazione al Ministero dell’Ambiente.

Localizzazione del Parco della Costa Teatina.

 

Habitat di direttiva presenti nelle aree protette

 

Habitat 1110 “Banchi di sabbia a debole copertura permanente di acqua marina”, Variante I

Ambiente presente fino a 4-5 m di profondità con la presenza delle biocenosi delle Sabbie Fini Superficiali (SFHN) e delle Sabbie Fini Ben Calibrate (SFBC) ed occupa la fascia delle sabbie costiere che raggiunge le temperature e le concentrazioni di salinità maggiori durante l’estate.

 

Habitat 1110 “Banchi di sabbia a debole copertura permanente di acqua marina”, Variante IV

Ambiente molto eterogeneo che può presentare una serie di varianti in relazione alla granulometria dei sedimenti e alla presenza o meno di fanerogame marine. Nell’area di studio questo habitat è caratterizzato da fondali bassi e sabbiosi con presenza di vegetazione monospecifica (associazione vegetale a Cymodocetum nodosae).

Prateria a Cymodocea nodosa (ph: P. De Iure).

 

 

Habitat 1170 “Scogliere”

Ambiente formato da affioramenti rocciosi o rocce di grosse/medie dimensioni di natura franosa. Presenza di vegetazione sciafila e/o di sottostrato su fondi rocciosi e/o duri e su substrato clastico.

Alleanza: Peyssonnelion squamariae Augier & Boudouresque 1975 emend. Giaccone

  1. L’Alleanza comprende le Associazioni sciafile dell’Infralitorale in condizioni di idrodinamismo unidirezionale più o meno oscillante, originate dal moto ondoso. La temperatura è ancora sensibilmente influenzata dal periodismo stagionale. Sono presenti le seguenti Associazioni sciafile:

Flabellio-Peyssonnelietum squamariae Molinier 1958

Halymenietum floresiae Giaccone & Pignatti 1967

Scogliera sommersa di Punta dell’Acquabella (ph. P. De Iure).

 

Habitat 1210 “Vegetazione annua delle linee di deposito marine”

Formazioni erbacee, annuali (vegetazione terofitica-alonitrofila) che colonizzano le spiagge sabbiose e con ciottoli sottili, in prossimità della battigia dove il materiale organico portato dalle onde si accumula e si decompone creando un substrato ricco di sali marini e di sostanza organica in decomposizione. Specie guida locali: Cakile maritima, Salsola kali, Euphorbia peplis.

Questo habitat ha una copertura di circa 0,1 ha nella RNR Ripari di Giobbe e di circa 0,15 nella RNR Punta dell’Acquabella.

 

Habitat 1240 “Scogliere con vegetazione delle coste mediterranee con Limonium spp. endemici”

Scogliere e coste rocciose del Mediterraneo ricoperte, seppure in forma discontinua, da vegetazione con specie altamente specializzate, con la capacità di vivere nelle fessure delle rocce e di sopportare il contatto diretto con l’acqua marina e l’aerosol marino, considerati fattori limitanti per le specie vegetali. Le specie guida locali sono Crithmum maritimum e Limonium virgatum.

Questo habitat ha una copertura di 0,2 ha nella RNR di Punta dell’Acquabella e di 0,8 ha nella RNR Ripari di Giobbe.

 

Habitat 2270* “ Dune con foreste di Pinus pinea e/o Pinus pinaster

Dune costiere colonizzate da specie di pino termofile mediterranee. Occupano il settore dunale più interno e stabile del sistema dunale. Si tratta di formazioni raramente naturali, più spesso favorite dall’uomo o rimboschimenti ad infatti, la maggior parte di esse, anche quelle di interesse storico, sono state quindi costruite dall’uomo in epoche diverse e talora hanno assunto un notevole valore ecosistemico. Specie guide locali: Pinus halepensis, P. pinea, P. pinaster.

Questo habitat ha una copertura di 0,5 ha nella RNR Punta dell’Acquabella.

Pinetina monumentale di San Donato nella RNR Punta dell’Acquabella (ph. M.C. de Francesco)

 

Habitat 5330 “Arbusteti termo-mediterranei e pre-desertici”

Arbusteti caratteristici delle zone a termotipo termo-mediterraneo; si tratta di cenosi piuttosto discontinue con la presenza sia di specie legnose  che erbacee perenni. Specie guida locali: Ampelodesmos mauritanicus, Pistacia lentiscus, Myrtus communis.

Questo habitat ha una copertura di circa 2,5 ha nelle RNR Punta dell’Acquabella e di circa 0,2 ha nella RNR Ripari di Giobbe.

Immagine di Ampelodesmos maurutanicus su un terrazzamento abbandonato. (ph: A. Zuzolo).

 

Habitat 9340 “Foreste a Quercus ilex e Quercus rotundifolia

Si tratta prevalentemente di formazioni forestali dominate da Quercus ilex, mesomediterranee che localmente possono penetrare nella zona termomediterranea. Presente anche il Fraxinus ornus che accompagna il leccio.

Questo habitat ha una copertura di 1,5 ha nella RNR Punta dell’Acquabella.

 

By |2018-09-13T12:28:00+00:00Settembre 13th, 2018|Approfondimenti|0 Comments

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